l'allenatore

Attualità 

L'analisi del Presidente sulle problematiche che affliggono il calcio

di Franco Morabito

Prima calciatore, poi allenatore e Commissario Tecnico della Nazionale. Quindi, da quasi nove anni presidente dell’Associazione allenatori e ora anche Direttore della Scuola allenatori nell’àmbito del Settore Tecnico di Coverciano. Azeglio Vicini il mondo del calcio lo conosce a fondo sotto tutte le sfaccettature. Ed ecco, allora, la sua attenta analisi delle varie problematiche che lo affliggono ed un’indicazione di quelle che potrebbero essere le relative soluzioni.
Il movimento sta attraversando da tempo una crisi che, se non troverà alla svelta dei rimedi validi, rischia di travolgere tutte le sue componenti. Qual è il suo pensiero?
“Credo che se si è arrivati a questa situazione il motivo vada ricercato nel fatto che si è abbassato troppo la guardia un po’ in tutti i settori. Il permissivismo: ecco secondo me il male peggiore. Anche perché quando si allentano le regole, ad avvantaggiarsene sono soprattutto quelli che non hanno fatto bene. Di problemi sul tappeto ce ne sono tanti: bilanci, passaporti, doping, arbitri; se vogliamo mettere ordine dobbiamo far chiarezza e pretendere non solo il rispetto rigoroso delle norme ma anche che l’interpretazione delle leggi e la loro applicazione sia uguale per tutti”.
In questi ultimi tempi si parla sempre più degli arbitri: le designazioni, le direzioni di gara sono spesso al centro di polemiche roventi. Le pare normale?
“No di certo, le tensioni vanno stemperate, continuando su questa strada non so proprio dove si potrà arrivare. Ma anche qui bisogna fare la massima chiarezza anche perché mi sembra che le polemiche nascano soprattutto quando qualche decisione arbitrale vada a toccare da vicino, in un senso o nell’altro, i grandi club. E non trovo giusto che le loro proteste, più o meno giustificate, siano arrivate a condizionare le scelte dei designatori. Trovo che questo sia un segnale pericoloso, un precedente assai rischioso anche perché finisce per dare alle società un potere che non dovrebbero avere. Gli arbitri debbono operare in un clima di assoluta serenità e secondo me questa può essere data loro solo garantendo la piena autonomia e al tempo stesso la possibilità di commettere degli errori, come capita a tutti. In altre parole, un arbitro dovrebbe essere tenuto a riposo solo quando è fuori condizione e non perché sbaglia una partita”.
In quest’ottica, Lei è favorevole o contrario all’uso che si fa della moviola, soprattutto nelle trasmissioni televisive?
“Il problema non è tanto nella moviola, quanto all’utilizzo che se ne fa, quasi sempre in modo improprio. Mi sta bene che si vada a controllare in tv l’operato di un arbitro ma sarebbe molto più corretto se lo si rivedesse magari una, due, cinque, dieci volte, però a velocità naturale e non al rallentatore. Anche perché una cosa è trovarsi sul campo, nel pieno di un’azione, altra è riguardarla seduti in poltrona in condizioni che non rispecchiano affatto quelle in cui si trovava l’arbitro nel momento in cui ha preso la sua decisione. E poi molto spesso accade che anche nei salotti ci si trovi in disaccordo, se c’era o non c’era fuorigioco, se c’era o non c’era il fallo da rigore. E allora se si cercano di proposito dei pretesti per fare polemica io non sono assolutamente d’accordo. Non è così che si risolvono i problemi del calcio”.
Sembra che da un po’ di tempo in qua l’orientamento della categoria arbitrale sia quello di “aprirsi” dopo le gare, di apparire in pubblico, di spiegare il perché di certe decisioni. Si tratta di una novità rispetto alle abitudini e alle regole rigide di una volta.
“E’ così ma trovo che questa soluzione sia più pericolosa che mai. Se fosse possibile chiederei anche agli allenatori di non parlare mai a caldo, sono certo che una pausa di riflessione renderebbe le valutazioni di qualsiasi fatto molto più serene”.
Un altro tema che sta tenendo banco è quello della riforma dei campionati: c’è chi propone due gironi di B, chi addirittura di raddoppiare la serie A. Sono delle ipotesi concrete secondo lei?
“Sul piano personale e come presidente dell’Associazione allenatori posso essere anche d’accordo che qualcosa debba essere cambiato ma sono assolutamente contro il taglio dell’area professionistica perché credo che anche la cancellazione di un solo girone comporterebbe gravi perdite dal punto di vista occupazionale. E a chi sostiene che alla base di questa esigenza c’è la necessità di ridurre i costi, rispondo che il problema degli indebitamenti delle società non è legato al numero delle squadre bensì al fatto che si spenda di più di quanto si introiti. Quanto, poi, all’ipotesi dei due gironi di serie A, è una formula che non mi piace e non mi convince; molto meglio la proposta dei due gironi di B e i quattro di C visto che il numero complessivo delle squadre rimarrebbe grosso modo lo stesso. Comunque, per quanto ci riguarda, noi non vogliamo assolutamente ostacolare le riforme, vuol dire che fra varie soluzioni possibili sceglieremo quella che produrrà il male minore”.
Il numero delle società alle prese con i problemi economici sembra lievitare stagione dopo stagione. E’ colpa dei troppi costi o dei ricavi che diminuiscono?
“Non sono allineato con chi parla di crisi del sistema, i problemi secondo me vanno ricercati nel modo con cui si gestiscono le società. Spendere più di quanto si incassi è contro ogni regola economica, in questi ultimi tempi il calcio non ne ha tenuto conto e ora se ne stanno pagando le conseguenze. Al tempo stesso, però, niente vieta ai dirigenti che ne abbiano le possibilità di realizzare i loro sogni, ma a condizione esclusiva che in caso di necessità rispondano personalmente degli impegni presi”.
Il patrimonio delle società è costituito principalmente dal parco giocatori. Non trova che, di conseguenza, debbano esserci delle norme atte a tutelarli? Invece sembra che a prevalere siano ben altri interessi. Come giudica, ad esempio, la decisione di far giocare certe partite in notturna, specie nei mesi invernali?
“In questi ultimi dieci anni il calcio ha fatto molti passi avanti, se d’ora in avanti ne facesse anche qualcuno all’indietro non credo che ci sarebbe niente di male. E allora sarebbe opportuno rivedere tante cose sulle quali sono convinto che un ripensamento non potrebbe portare che dei benefici. Le partite in notturna, nelle stagioni a rischio, col freddo e i campi gelati, andrebbero evitate. Così come andrebbero rivisti questi incredibili spezzettamenti degli orari, che finiscono per provocare disaffezione negli appassionati e svilire ulteriormente il Totocalcio, che fino a poco tempo fa è stato una delle risorse più grandi per lo sport italiano. Senza tenere conto che la troppa offerta dello spettacolo-calcio, soprattutto in televisione, porta inevitabilmente ad un calo di interesse, con conseguenze di portata incalcolabile”.
La salvezza delle società ed il loro risanamento economico sembra non possa più prescindere dalla valorizzazione dei vivai. E’ così?
“I settori giovanili sono una delle risorse più grandi alle quali tutti i club, dai più grandi ai più piccoli, dovrebbero agganciarsi. Ma la gestione dei vivai dovrà essere affidata a dirigenti e tecnici capaci, non ai primi arrivati. E non deve essere improntata su aspetti esclusivamente agonistici, il bambino quando è piccolo – diciamo dai 6 ai 12-13 anni – ha bisogno soprattutto di giocare e di divertirsi. E prima di inculcargli le regole del calcio, di assillarlo con gli schemi, bisognerà insegnargli le regole della vita: il rispetto degli altri, dell’arbitro, il vero senso del fair play”.
Una volta cresciuti, molti giovani si trovano però la strada chiusa dagli stranieri.
“Una volta la regola era questa: gli stranieri ben vengano purché siano bravi e costino poco. Oggi invece ne arrivano molti di livello tecnico assai modesto che costano più dei nostri. La conseguenza è che finiscono per togliere spazio a bravi giocatori cresciuti nei nostri vivai, che non riescono così ad approdare in prima squadra. Questa strategia va assolutamente rivista. Anche la Federazione deve intervenire, deve mettere un limite, come accade in Inghilterra e in molti altri Paesi europei dove i propri giovani sono maggiormente tutelati”.
Non crede che nell’ottica generale di recuperare una dimensione accettabile il calcio debba rivedere anche certi ingaggi?
“Quando sento parlare di certe cifre folli penso proprio che si sia superato il senso della misura. Non parlo, ovviamente, dei grandi campioni. Quelli sono pochi e fanno storia a sé. Parlo piuttosto di tutto un mondo che mi sembra sovradimensionato rispetto alla normalità. Una riduzione anche del 20-30 per cento degli ingaggi non cambierebbe sostanzialmente le cose, giocatori ed allenatori resterebbero comunque dei privilegiati. Credo sia arrivato il momento in cui tutti si debbano dare una regolata, se si vuole che il calcio sopravviva è inevitabile che si torni con i piedi per terra. Quanto prima”.
Sugli allenatori si è abbattuta in questi ultimi tempi anche la cosiddetta piaga degli esoneri facili. C’è un rimedio?
“Quando parlo con i miei allenatori raccomando sempre loro di non aver fretta di firmare un contratto ma di cercare di capire prima di tutto se esistano le premesse per poter fare un buon lavoro. Ci deve essere una sintonia fra presidente e allenatore. Ma spesso il presidente ha fretta di avere un allenatore, mentre questi non vede l’ora di firmare. Oggi il tempo è il nostro primo nemico, c’è sempre fretta a fare tutto: anche a licenziare un bravo tecnico, magari perché non arrivano subito dei risultati. Oppure non si ha la pazienza di far maturare dei giovani perché non possiamo permetterci di aspettare. Nel suo complesso, per quanto riguarda l’Associazione allenatori, il problema degli esoneri non ci preoccupa più di tanto considerato che a fronte di quelli che escono di scena ne subentrano altrettanti. E quindi la forza-lavoro si compensa, almeno per quanto riguarda i numeri. Ma dal punto di vista umano non possiamo che stigmatizzare certi comportamenti; il fatto che spesso si voglia far ricadere sui tecnici colpe che sono solo dei dirigenti è un’idea che non possiamo assolutamente accettare”.
C’è poi anche il problema degli abusivi, di quegli allenatori che – sia pure non ufficialmente – occupano ruoli che non potrebbero ricoprire.
“Questo si verifica in certi casi perché le società puntano su allenatori giovani che hanno le qualità ma non ancora i titoli per allenare. Ma il rispetto delle regole è fondamentale per un sistema che voglia funzionare. Non è giusto, però, che l’illegalità venga punita solo nei confronti dell’allenatore e non della società che lo ha contattato ed ingaggiato. Le Istituzioni hanno grosse responsabilità al riguardo, la Federcalcio ed il Settore Tecnico dovrebbero porre rimedio a questo problema”.
La violenza, e non solo negli stadi: un altro aspetto di notevole rilevanza sul quale c’è molto da riflettere e molto da lavorare.
“Dietro i gruppi di tifosi associati si nascondono spesso degli scalmanati. E sono loro, quasi sempre in numero esiguo, a far parlare di sé. Bisogna poi tener conto del rischio rappresentato dalle trasferte: quando si va fuori in centinaia, a volte in migliaia, si prende anche un coraggio che da soli non si avrebbe. E con l’aumentare delle rivalità, di anno in anno crescono anche le ritorsioni. La violenza non è mai giustificata, mi auguro quindi che vengano adottare misure repressive e punitive sempre più forti nei confronti dei violenti. Anche perché il calcio, per riprendere a vivere, ha bisogno anche che le famiglie possano tornare negli stadi”.
Parliamo ora dell’Associazione allenatori che lei guida ormai da quasi nove anni. Com’è cambiata da allora ad oggi?
“In tutto questo tempo abbiamo compiuto molti passi importanti. Fra i più significativi quello di essere entrati in Consiglio federale e di partecipare attivamente al governo del calcio anche grazie alla proficu alleanza con l’Associazione Calciatori. Poi è stata intensificata la nostra presenza in tutte le Commissioni e , non ultimo, siamo tornati alla nostra sede di Coverciano”.
I maggiori problemi da affrontare?
“Prima di tutto dobbiamo cercare di migliorare la nostra organizzazione regionale e provinciale cercando di risolvere anche le problematiche legate alle possibilità economiche per essere più vicini agli allenatori dilettanti, soprattutto a quello che vivono ed operano nei piccoli centri, lontani dalle grandi realtà”.
Quanti sono oggi gli allenatori iscritti all’Associazione?
“ Il Settore tecnico, nel proprio organico, conta circa 50 mila allenatori abilitati. Ma molti di questi non operano quasi più. Attualmente, di attivi – fra professionisti e dilettanti – ce ne sono circa 23-24 mila, a fronte di un obbligo, da parte delle società, per 11-12 mila unità. I nostri tesserati sono circa 11 mila, molti dei quali concentrati in regioni del centro-nord. Invece in altre regioni, specialmente nel sud, il vincolo associativo non è molto sentito. Ma la nostra assistenza la garantiamo a tutti coloro che ce la richiedano e ne abbiano effettivamente bisogno”.
Alle Sue cariche ha aggiunto da poco anche quella di Direttore della Scuola allenatori di Coverciano. Quali sono gli obiettivi più importanti?
“Quello di consolidare la nostra tradizione che ci pone in assoluto fra le prime Scuole d’Europa, insieme alla Francia e alla Spagna. Per far questo credo che ci sia il bisogno di creare un maggior numero di docenti, sia per i Corsi di Base che per gli aggiornamenti. Nei nostri programmi abbiamo anche inserito lo studio di una lingua straniera visto che da tempo abbiamo anche noi dei tecnici italiani che vanno ad allenare all’estero. E poi un occhio di riguardo lo dedichiamo al mondo della preparazione fisico-atletica, che costituisce un aspetto sempre più inscindibile da quello dell’allenamento di stampo tradizionale”.
E per chiudere il cerchio, qualche accenno al Settore Tecnico, alla cui presidenza è stato chiamato Enzo Bearzot, un ex allenatore di grande prestigio. Proprio come avevate chiesto voi.
“Credo che questa decisione del Presidente federale Carraro sia stata condivisa da tutti. Così come è giusto che a guidare il Settore Arbitrale ci sia un arbitro, è altrettanto normale che a capo del Settore Tecnico ci sia uno che conosce a fondo i problemi degli allenatori. E sono certo che da questo punto di vista la scelta di Bearzot sia stata ineccepibile. Per il suo grande rigore morale e per la stima che riscuote da sempre in tutto l’ambiente”.

______________________
*Franco Morabito, giornalista professionista, collaboratore di varie testate e presidente del Gruppo Toscano Giornalisti Sportivi Ussi