l'allenatore

Attualità 

Che fa Mister?

di Fabrizio Cattaneo

Rino Marchesi, classe 1937, inizia la sua carriera nel 1973, alla guida del Montevarchi, dopo essersi abilitato nel 1968. La sua carriera, durata venti anni, lo ha visto alla guida di numerose squadre quali, nell’ordine, il Mantova, la Ternana, il Como, l’Udinese, il Venezia, la S.P.A.L., il Lecce,l’Avellino, il Napoli e la Juventus.


Rino Marchesi ai tempi del Napoli
Che fa Mister?
Sarò sincero: la mia non è stata una vera e propria decisione di, come suol dirsi, “appendere le scarpe al chiodo”, ma piuttosto il non aver più avuto offerte di ingaggio interessanti. Questo, se vogliamo, mi ha un po’, ma solo un po’ si badi bene, deluso ma abbastanza da farmi allontanare dall’ambiente del calcio giocato. Altri ruoli che non fossero l’allenatore della prima squadra non mi hanno mai interessato.
Certamente l’amore per questo sport è rimasto immutato, ma mi sono sentito fuori. Per fortuna ho le mie altre passioni, quali la musica, da “modesto” suonatore di pianoforte, e la lettura.

Una carriera, la sua, durata venti anni, passata attraverso grandi club.
Quale il ricordi più bello dal punto di vista professionale?

Ho avuto la fortuna, sì proprio la fortuna, di fare tutta la necessaria gavetta, frequentando prima tutti i tre gradi dei corsi di abilitazione del Settore Tecnico, poi iniziando dalla serie minore (il Montevarchi Calcio n.d.r.) e via via avanti con incarichi sempre più importanti. Se mi chiede però quali sia il ricordo, professionalmente parlando, il più bello, rispondo che i ricordi sono due, simili: la salvezza conquistata con l’Avellino nella stagione 1978-79, mio debutto in serie A, e la salvezza del Napoli nella stagione 1982- 83. Ricordo che giunsi a Napoli a Febbraio, sostituendo uno sfortunato collega, e la squadra era all’ultimo posto in classifica. Fu una rimonta esaltante che paragono alla corsa per la conquista di uno scudetto. Faccio anche notare che la salvezza dell’Avellino portò fortuna agli irpini perché rimasero poi in serie A per dieci anni.

E a Napoli trovò Maradona…
No, non è esatto. Maradona giunse l’anno dopo, grazie all’abilità di Juliano nel condurre in porto una trattativa davvero importante e piena di insidie. Io feci la mia parte riuscendo a portare a Napoli Bagni.

Ci parli di Maradona...
Allenare Maradona rappresenta per un tecnico una vera delizia. Specialmente per uno come me così intimamente convinto che stia nella padronanza dei fondamentali il segreto per una prestazione eccellente. A questo proposito mi auguro che i tecnici possano tornare ad insegnare calcio anche nelle categorie maggiori. Tornando a Maradona, in allenamento era un piacere vedergli fare delle cose che solo in parte, per ovvi motivi, si vedevano la domenica, anche se di cose incredibili ne ha fatte anche di domenica. Ed anche il rapporto umano fu piacevole, calmo, senza mai uno screzio, da vero professionista e da grande uomo. Immaginate la tristezza che mi colse allorché, già non più allenatore del Napoli, ho iniziato a vederne la parabola discendente sul piano esistenziale. Ma anche Bagni fu un giocatore importante di quel Napoli e, modestamente, credo di aver gettato le basi di una squadra che dopo qualche tempo, seppur non più con me, seppe stupire conquistando Scudetto e Coppa Uefa.

Le è sempre stata riconosciuta una grande signorilità e diplomazia, dote innata o scelta di vita? Era capace di mantenere la sua flemma anche con i giocatori?
Grazie per il complimento, ma per quanto riguarda la diplomazia non esagererei. Quando c’è stato bisogno di ribadire con forza le mie idee non sono certo stato “diplomatico”. Diciamo, semmai, che ho avuto il buonsenso di “trasgredire” sempre all’interno dei luoghi deputati a farlo: lo spogliatoio o lo studio privato di qualche dirigente. Credo che qualche giocatore e qualche dirigente, se volesse, le testimonierebbe di un Marchesi diverso, ma si contano sulle dita delle due mani. Se mi è permesso dare un consiglio a tutti i colleghi: mai perdere la calma di fronte a terzi incomodi, alludo a giornalisti e tifosi. Indubbiamente il mio carattere e la mia educazione mi hanno aiutato nel dare di me un’immagine, come lei ha detto, signorile. Non credo che guasti.

Certamente no, specialmente se si considera a quale livello si è giunti oggi in certe trasmissioni sportive.
Che io, lo dico senza timore, non seguo. Ma al di là della forma, non le seguo in quanto le considero anche solo e soltanto chiacchiere, prive di contenuto. Talvolta si ha l’impressione che ai tifosi, od almeno ad una parte di essi, piacciano più le polemiche che non il calcio giocato.

Qual è la sua opinione sul calcio italiano attuale?
Più che sul calcio italiano, talvolta rifletto sulle condizioni di lavoro degli allenatori italiani. A mio parere le difficoltà non nascono tanto dalla inveterata abitudine dei presidenti di società di sostituire i tecnici al primo soffio di vento contrario, in fondo, lo sappiamo, è anche un modo per garantire a molti la possibilità di lavorare. Quello che trovo problematico, a certi livelli, è la situazione che si è venuta a creare grazie all’estrema mobilità dei giocatori. Il non avere la certezza della rosa a propria disposizione costringe i tecnici ad un adattamento dei propri piani a tempi brevi. Da un lato certamente rappresenta un merito il saper adattarsi velocemente alle situazioni, ma è sicuramente anche un grave handicap e di sicuro un contributo ad aumentare lo stress della professione. Le società dovrebbero rendere il proprio tecnico più sicuro, non complicarne la vita. Poi, come ho già accennato prima, diventa sempre più difficile per i tecnici,parlo sempre a certi livelli, poter insegnare o perfezionare i gesti tecnici dei propri giocatori . Inoltre la presenza di tante altre figure professionali acanto al tecnico ne limita oggettivamente l’autorevolezza.


Rino Marchesi
Cosa si aspetta dall’AIAC, all’indomani del rinnovo di tutte le sue cariche dirigenziali?
Pur non avendo mai ricoperto alcun ruolo particolare, fino a quando sono stato in attività ho sempre partecipato alle riunioni di volta in volta indette. Mi rendo conto che sia il clima, sia le problematiche che allora venivano dibattute sono molte diverse da quelle attuali, pur essendo passati solo pochi anni. Questo perché sia il calcio italiano sia l’AIAC di strada ne hanno fatta molta.
Io credo che oggigiorno l’AIAC dovrebbe contribuire, nella sua nuova posizione, ad affrontare problemi di fondo. Ad esempio ho notato, ma non sono certo il solo, come vi sia una generale tendenza a far sì che il pubblico si allontani dagli stadi stessi. Ciò avviene, da un lato, a causa dell’insicurezza che regna all’interno degli stadi e, dall’altro, dalle sempre più numerose e convenienti offerte da parte delle televisioni di assistere alle gare comodamente seduti in casa propria. E’ mio parere che ciò sia sbagliato, perché l’atmosfera dello stadio è unica e nello stesso tempo fondamentale. Non riesco ad immaginare lo spettacolo calcistico non contornato da una folla che sottolinei con la sua presenza le fasi di un incontro. Su questi temi, oltre naturalmente a quelli di natura più squisitamente sindacale, l’AIAC dovrebbe intervenire, anche se mi rendo conto quanto sia difficile conciliare le funzioni di governo con quelle del sindacato, tenendo presente che, in fondo, la figura dell’allenatore rappresenta l’anello debole della catena.