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L'Esonero

di Alberto Aita*

Questo scritto, oltre ad essere uno sfogo personale, vuole umilmente offrire degli spunti di riflessione, in modo particolare per chi si affaccia per la prima volta a guidare una squadra nel calcio dilettantistico.

Ho sempre avuto la tentazione di scrivere qualcosa, molte volte ho incominciato a prendere appunti per poi stracciarli subito dopo, mi rendevo conto di scrivere qualcosa che avevo già letto.
Tecnica, tattica, preparazione fisica: quanti autori ed allenatori affermati hanno parlato di queste componenti, tantissimi forse anche troppi con il rischio spesso di ripetersi.
Allora ho cercato un argomento che coinvolgesse emotivamente allo stesso modo tutti noi allenatori dalla 3° categoria alla serie A: l’esonero, un argomento dettato dal mio stato d’animo attuale, (sono stato appena esonerato). Alla luce di quello che mi è capitato, posso trarre delle conclusioni, le quali possono forse diventare suggerimenti per altri colleghi.
Prima di accettare l’incarico, un allenatore dovrebbe valutare la situazione tecnica,organizzativa, ed economica della società,valutare gli obiettivi della società, conoscere il direttore sportivo, il direttore generale, i giocatori a disposizione e, quindi,decidere sul da farsi.
E’ chiaro che tutto questo è ad appannaggio di pochi fortunati, molti altri devono purtroppo accontentarsi e, nonostante l’essere certi di trovarsi di fronte ad una situazione non facile, rischiare ma, come spesso capita in situazioni del genere, in mancanza di una vera programmazione sia societaria che tecnica si va incontro a brutte figure.
Le cause dell’esonero, nella maggior parte dei casi, sono dovute alla mancanza di risultati. Sono infatti i risultati a mettere in evidenza i problemi reali della squadra anche se, talvolta, i risultati che si ottengono non sono l’immagine esatta del lavoro che l’allenatore, insieme alla squadra, sta svolgendo. Altre volte, invece, ci si trova di fronte all’incapacità e alla presunzione dei “dirigenti” o ancor di più dei “direttori sportivi”, i quali hanno la sfacciataggine di vestire i panni dell’allenatore e sostituirsi ad esso. Fino a questo punto si rientra nella normalità di quello che capita nel mondo calcistico, e quindi noi allenatori siamo vaccinati e consapevoli di trovarci davanti a simili situazioni.
La cosa più brutta è, invece, quando viene calpestata la dignità di “uomo e professionista” con comportamenti scorretti e a volte disonesti, derivanti dal ruolo che”dirigenti” e “direttori sportivi” si sono creati, non per l’amore verso la squadra ma solo per puro protagonismo ed interessi di parte che,spesso, portano, per scaricare le proprie responsabilità, a pronunciare la parola “esonero”.
Il mio modesto contributo vuole essere quello di cercare di migliorare il “pensiero etico” dell’allenatore per poter meglio sopportare queste situazioni difficili, a volte grottesche, senza venire mai meno al nostro modo di essere. Per pensiero etico, intendo il comportamento professionale che l’allenatore deve tenere. Si può essere “professionisti “anche se si allena in 3° Categoria: è un qualcosa che fa parte di te, del tuo modo d’essere e dovrebbe essere accompagnato da una grande umiltà.
La stessa umiltà necessaria per scrivere queste mie osservazioni, consapevole di subire il sorriso sarcastico o le frasi di circostanza che spesso sono pronunciate in casi simili, da molti stimati colleghi. Ma, allo stesso modo sono convinto che forse uno o due colleghi, leggendo questo mio scritto, prenderanno da esso qualche spunto. Tutti noi allenatori abbiamo subito,nel corso della carriera, una o più mortificazioni professionali.
Ma come ci si sente nell’apprendere di essere stato esonerato?
Spesso si sente dire che l’importante è fare il proprio dovere, avere la coscienza a posto, la consapevolezza di avere dato il massimo, la certezza di aver vissuto insieme con un gruppo di ragazzi ed aver trasmesso loro qualcosa. Forse questo ti aiuta, ma non cancella l’amarezza e la delusione nel constatare che si tratta di qualcosa di cui, talvolta, non si è del tutto responsabili ma si paga per errori altrui, come spesso capita nel mondo dei dilettanti. Quando questo avviene ti rendi conto di come l’ allenatore sia un uomo solo, come lo si è quando si vince, quando i complimenti per una buona prestazione si sprecavano.Nei momenti difficili, e nel calcio sono tanti, ti guardi intorno per carpire uno sguardo, un sorriso anche di circostanza, ma niente. Allora ti viene da pensare: perché tutto questo, perché tanta ipocrisia pur trattandosi di un gioco?
Un gioco bello, il cui fascino ti aiuta a superare un avvenimento triste quale l’esonero.
Resta inoltre la volontà di continuare ad aggiornarsi, a confrontarsi (ancora meglio se avviene tra noi allenatori) in quanto lo studio è un qualcosa che aiuta a superare momenti così psicologicamente difficili.
Ma quale qualità deve possedere un allenatore per superare un momento così delicato dal punto di vista professionale?
Credo che tutto dipenda dal modo in cui si affronta l’esperienza professionale ancor prima dell’esonero. Se è vero che un allenatore dovrebbe avere un grande spirito di sopportazione, è anche vero che dovrebbe possedere una grande “virtù d’animo”che consiste nella capacità di sopportare serenamente ogni avversità ed ogni maldicenza, senza però farsi sopraffare.
Questa capacità dovrebbe essere supportata da una pacatezza che permetta un’attenta valutazione delle varie situazioni, che ti permetta di non decidere per istinto ma attraverso un ragionamento.
La virtù non si possiede fin dalla nascita, ma si acquisisce attraverso la ragione: se compiamo delle cose giuste diventiamo giusti, se compiamo delle cose moderate diventiamo moderati, se compiamo delle cose coraggiose diventiamo coraggiosi.
Quante volte capita di dire o fare delle cose per istinto, che in un altro momento non si sarebbe mai detto o fatto? Anche questo è frutto della ragione.
Molte volte sento dire: “Caratterialmente è fatto così”; niente di più sbagliato, se si vuole si può cambiare il proprio carattere se si è consapevoli dell’importanza del nostro ruolo. Talvolta, nella vita,spesso si cambia per amore, allora non vedo il perché non lo si possa fare per quel qualcosa per cui noi allenatori mostriamo di avere una passione esagerata.
Passione che ci porta a fare delle cose che,dopo, definiremmo assurde, nascondendoci spesso dietro la scusa della tensione, l’importanza del risultato, lo stress accumulato: il tutto si racchiude in una sola parola “arrabbiatura”.
L’arrabbiatura non è altro che l’alterazione del proprio stato d’animo per un qualcosa che è gia successo e che, quindi, non serve certamente a far tornare indietro.
Quando l’arbitro, per colpa del nostro comportamento, ci allontana dalla panchina è perché ci siamo arrabbiati, ma l’errore del giocatore o la decisione dell’arbitro non può essere cambiata e, col nostro comportamento, abbiamo commesso un’ingenuità, privando la squadra di un punto di riferimento. Nel momento in cui sopraggiunge quest’alterazione dello stato d’animo, inevitabilmente si è portati a vedere le cose con un altro spirito, che certo non è quello iniziale, fatto di buoni propositi e speranze. L’allenatore dovrebbe,invece, essere un uomo guida, un uomo che infonde sicurezza, tranquillità attraverso il suo modo di fare, il suo comportamento, il suo spirito di lealtà, il rispetto degli avversari, dell’arbitro riuscendo a coinvolgere i propri giocatori a pensare solo ed esclusivamente a quello che realmente interessa il buon andamento della squadra.
Il carattere dell’allenatore deve essere mite o aggressivo?
Molti allenatori, come tanti dirigenti, sono convinti che un allenatore in grado di guidare efficacemente un gruppo, debba essere dotato di un carattere forte, quindi:
• dire agire con toni forti (ma il modo migliore per non farsi ascoltare è proprio quello di urlare);
• imprecare e prendersela con i propri giocatori ed avversari (ma solo se rispetti potrai,poi, pretendere rispetto);
• prendersela con l’arbitro e farsi espellere (quando si fa espellere un giocatore con chi ce la prendiamo?).
Non possiamo pretendere rispetto se i primi a rispettare non siamo noi, non possiamo pretendere puntualità se i primi a non essere puntuali siamo noi. Possiamo pretendere se prima abbiamo dato.
Non possiamo approfittare dell’autorità che godiamo derivante dal nostro ruolo, ma dalla stima conquistata mostrando le proprie capacità e qualità (conoscenze,competenze,doti dialettiche, psicologiche, ecc.).
Personalmente penso che il carattere rivesta un’importanza fondamentale nel guidare un gruppo di ragazzi, perché siamo il loro punto di riferimento principale.
Quindi dobbiamo avere un carattere che permetta loro di stare insieme in modo appassionato, attraverso un comportamento tranquillo ed una conoscenza della materia:
• usare la ragione, che ti permette di riflettere e non agire d’istinto ed avere un ruolo importante in seno al gruppo, diventandone il leader;
• vestire panni d’umiltà e rispettare i propri principi, vuol dire non farsi influenzare da niente e da nessuno, vuol dire agire e muoversi nel rispetto delle regole;
• esercitare con la massima professionalità e pretendere da tutti la stessa cosa;
• prendere delle decisioni ed assumersene le responsabilità;
• vivere in modo sereno sia le situazioni facili sia quelle difficili: non ti esalti dopo una vittoria e non ti abbatti dopo una sconfitta.
Se tutti noi riuscissimo a gestire le emozioni, facendo leva sulla ragione, forse potremmo finalmente assistere ad una partita dove si riesce ad accettare il risultato, l’errore dell’arbitro, l’errore del giocatore, la contestazione o l’incitamento del pubblico avverso, con la consapevolezza di non subire alterazioni emotive e, quindi, mantenere uno stato d’animo ideale per riflettere e poter esprimere il proprio pensiero in modo lucido.
Durante la settimana noi allenatori lavoriamo affinché la nostra squadra stia bene dal punto di vista fisico, tattico, e che abbia la tranquillità psicologica per affrontare una competizione.
Competizione che va affrontata con la massima serenità, per non farsi sopraffare dall’ansia.
Altro aspetto fondamentale dal punto di vista psicologico.
Ed è un particolare al quale l’allenatore deve prestare molta attenzione, perché l’ansia ti porta ad avere delle paure, paura di non farcela, di non riuscire a fare quello che vorremmo, ti porta ad avere insicurezze, ad avere difficoltà a concentrarsi.
Ecco allora salire la tensione, nel nostro pensiero si formano mille dubbi, tante paure.
Un giocatore che non è in grado di superare tale difficoltà a livello comportamentale, può reagire allontanando dalle mente l’obiettivo principale, e quindi pensare ad esempio durante il riscaldamento al valore dell’avversario, alle difficoltà, alle conseguenze di un risultato negativo, e questo inevitabilmente porta a perdere di vista quello che dovrebbe essere il suo compito durante l’incontro, oppure presentare durante la partita difficoltà nei movimenti, si diventa rigidi, contratti, insicuri ed anche la semplice corsa diventa goffa.
Se ogni giocatore è consapevole e convinto di quello che sarà il suo compito individuale in un discorso tattico globale, e di essere circondato dallo stesso pensiero, di osservare il leader del gruppo (allenatore) con una tranquillità dettata dalla certezza di avere svolto un lavoro secondo i principi giusti, il giocatore si allontana dai pensieri negativi e si concentra solo ed esclusivamente su quello che dovrà fare in campo.
La capacità di non farsi sopraffare dall’ansia, va di pari passo con la capacità dell’allenatore nel dare le giuste motivazioni.
Motivazioni che vanno suggerite non con le parole, spesso inutili e di circostanza, ma attraverso il colloquio e le esercitazioni durante l’allenamento, più hai coinvolto e convinto i giocatori in quello che vuole essere il tuo credo calcistico, più gli stessi saranno motivati.
Attraverso un pensiero tattico hai costruito un bagaglio di conoscenze che permettono al giocatore stesso di immaginare ed esercitare la mente su dove e come si può sviluppare una determinata situazione e quindi riuscire a dare una risposta adeguata e rapida in un discorso tattico generale, così facendo subentra un altro aspetto della motivazione, l’automotivazione.
Ed ecco allora la figura dell’allenatore, che con il suo carattere tranquillo diventa punto di riferimento principale.
I giocatori attraverso il suo modo di fare (allenatore), acquisiscono quella sicurezza interiore che permette loro di stare bene con se stessi e di conseguenza poter esprimere le proprie qualità nel migliore dei modi.
Tutte queste considerazioni sull’innumerevoli qualità che l’allenatore deve possedere per meglio gestire il suo stato d’animo, l’organizzazione e programmazione della gestione del gruppo, porta a fare dei distinguo su quello che è giusto o non è giusto fare.
Secondo il mio modestissimo parere, non è giusto:
• Offendere un giocatore specie davanti ai compagni, con lo scopo di spronarlo.
• Far giocare la propria squadra in funzione dell’avversario.
• Preparare una partita dando troppa enfasi agli avversari.
• Mostrare preoccupazione prima e durante la gara.
• Dare troppe indicazioni prima della gara o durante l’intervallo..
• Usare il rimprovero più degli elogi.
• Usare più quantità che qualità verbale.
• Dare troppa importanza al risultato.
• Urlare per farsi capire.
• Mostrare troppa agitazione in panchina.
• Instaurare rapporti diversi tra titolari e riserve.

È giusto:
• -Dare messaggi chiari e coerenti.
• -Richiamare un giocatore quando sbaglia con modi garbati.
• -Comunicare con i giusti toni.
• -Dare enfasi al proprio modulo di gioco.
• -Elogiare la giocata efficiente.
• -Far capire che il risultato lo si ottiene solo attraverso il bel gioco.
• -Ascoltare e dare la possibilità ai giocatori di esprimersi.
• -Parlare con tutti, soprattutto con chi non gioca.

Spero che questo mio scritto faccia capire alla maggior parte di noi allenatori l’importanza che rivestiamo nel guidare una squadra e che i risultati sono quelli che si ottengono sul campo, ma ancor di più quelli che riusciamo a raccogliere al di fuori, nei rapporti interpersonali con i giocatori.
Frutto della bontà del nostro lavoro e dalla capacità caratteriale che ci permette di trasmettere loro qualcosa di importante, facendoli maturare sia dal punto di vista fisico- tattico-tecnico ed in modo particolare dal punto di vista psicologico, in virtù di un comportamento serio, professionale e rispettoso verso tutto e tutti.
Contraddistinto da un atteggiamento tranquillo e non aggressivo, in modo che i giocatori facciano quello che noi vogliamo non per timore di un rimprovero,(si agisce spesso senza capire il perché)ma perché siamo riusciti a far capire loro la differenza tra una cosa fatta in un modo o nell’altro.

*Allenatore di Base.