L'Allenatore: 05 2011

Osservato in questi giorni il grande movimento che c’è sulle panchine, una breve riflessione sul tema mi pare assai pregnante oltre che innovativo.
Non v’è dubbio che un allenatore, sia che alleni in serie A che tra i giovanissimi, svolge una prestazione molto intensa sul piano psicologico e nervoso. L’allenatore è un “atleta” speciale perché nel suo campo esistenziale, sportivo, giocano tantissimi fattori, da quelli razionali a quelli più irrazionali. Dovendo egli entrare in quasi tutte le interrelazioni, che il calcio produce, dovrà di conseguenza avere una struttura psicologica decisamente robusta e versatile. Mettendo a fuoco l’essenziale, l’allenatore deve saper vivere psicologicamente i ruoli, i settori e il gruppo nelle loro complesse dinamiche. Ora, è ovvio che, come tutti gli atleti, se vuole aspirare a qualche successo dovrà sicuramente allenarsi. Per cui viene da domandarsi: come si allenano i nostri Mister? Cosa fanno per raggiungere la “forma” e mantenerla?
La prima condizione di un agonista è quella di stare in salute: fisica , psicologica e morale. Nella pausa estiva, ma anche a metà campionato, un controllo medico per quegli organi a rischio di stress sarà particolarmente opportuno. Per l’equilibrio affettivo “staccare la spina” e stare con la propria famiglia vuol dire ritemprarsi. (Se poi avesse per amico uno psicologo sportivo sarebbe qualcosa in più). La vita privata, i valori di un tecnico incidono sulla sua prestazione. In generale possiamo affermare che, per una persona che fa l’allenatore, seguire un modello di vita da Sportivo è la cosa migliore. Anche l’immagine e la motricità corporea contano. Il secondo aspetto è quello di far tesoro delle esperienze, che significa dedicare del tempo (prepararsi) per la selezione e il recupero di eventi, di situazioni e di particolari agonistici capaci di fare da assist al mister nelle decisioni future. A tal fine è consigliabile fare una relazione di fine stagione, anche delle sintesi dopo un dato periodo di campionato, e prendere l’abitudine (qualcuno già lo fa) di eseguire degli appunti in ogni partita. Tra le note personali riportare la domanda: dove ho (o posso) aver sbagliato?
Oltre a queste forme indirette di perfezionamento della professione, si può tentare di tracciare qualcosa di più specifico dell’allenamento per un allenatore di calcio.
Fatte le vacanze, un allenatore rilassato e fresco, prima di rientrare nel vivo di un campionato, dovrebbe partecipare a qualche giornata di aggiornamento. Senza una formazione continua come si potrebbero educare ed istruire allo sport le nuove generazioni? Le stesse Associazioni degli allenatori dovrebbero sollecitare l’organizzazione degli stage, tanto per i prof. che per i dilettanti, e che gli attestati di frequenza diventino parte del curriculum di un tecnico.
I Presidenti delle Società, nella scelta degli allenatori, avrebbero un riferimento razionale per valutarli. Mettere insieme per qualche giorno un gruppo di allenatori significa anche farli interagire direttamente, facilitando lo scambio di esperienze, rafforzando i comuni sentimenti. Ripassare le regole, dibattere come rapportarsi con gli arbitri, escogitare nuove preparazioni tecnico-tattiche, inventare sistemi di gioco più spettacolari, formulare criteri di valutazione dei calciatori, analizzare le modalità comunicative (mass media, genitori-per chi lavora nelle scuole calcio,etc.), questi temi ed altri potrebbero costituire un buon programma di lavoro. Anche un po’ di pratica non farebbe male ai mister. Una corsetta, provare personalmente degli schemi, fare una partitella, tirare e parare un rigore, li riporterebbe con i piedi per terra. Diventando meno idealisti e più realisti, sarebbero più tolleranti degli errori dei propri allenati, riguardo alla Provvidenza e verso se stessi. Per quanto concerne la Psicologia dello Sport l’Allenamento Mentale costituirebbe per l’allenatore una speciale palestra, composta da strumenti e da tecniche psicologiche mirate alla gestione dei propri stati interiori e al controllo dei comportamenti esterni. Le abilità interne, consce ed inconsce, da acquisire e/o da rinforzare, le possiamo distinguere in due filoni, il primo riguarderà gli aspetti affettivi, il secondo interesserà gli elementi cognitivi. La somministrazione di un buon test psicologico potrebbe fornire un quadro più completo. L’allenamento vero e proprio consisterà nel mettere i soggetti di fronte alle situazioni (simulazioni) cruciali, in cui verranno a trovarsi nel corso di una stagione. Seguendo il criterio spazio-temporale si può iniziare (1) col fare immaginare gli allenatori di trovarsi al primo giorno del ritiro e chiedergli che tipo di emozioni provano. Poi, di stilare una serie di obiettivi da perseguire. Stabilire le regole di comportamento (i patti interni) e come comunicare tutto questo al collettivo. Allenarsi all’ansia di base ed alla motivazione di fondo costituiscono i primi scopi. 2) Rappresentarsi mentalmente il sistema di gioco (anche più d’uno) da attuare e le tipologie di allenamento conseguenti (strategie di coinvolgimento progettuale del gruppo). 3) Trovarsi psicologicamente alla prima di campionato e decidere la formazione da annunciare ai giocatori. Il linguaggio dello spogliatoio, con tutte le sue sfumature, svolge un ruolo decisivo. 4) Nel corso di una partita provvedere ad una sostituzione tecnica (questo tipo di decisioni simulate, oltre ad essere allenanti, ci mostrano il carattere e l’autorevolezza del mister, le sue capacità empatiche). 5) Abituarsi a sopportare il conflitto interiore tra ciò che si è fatto e ciò che si poteva fare. Solo un buon colloquio con se stessi è positivo per mantenere l’autostima. 6) Come vivere la vigilia di una gara delicata e quindi cosa fare per sostenere la concentrazione, l’umore adeguato alla performance (del tecnico) richiesta. 7) Dalla panchina esercitarsi nella comunicazione verbale e gestuale per indicare cambiamenti tattici, di ritmo e così via, come se si fosse veramente in partita. 8) Immedesimarsi nella situazione intervallo, e a seconda del risultato ipotizzato, esprimere gli argomenti da sostenere. 9) Sottoporsi ad una serie di errori arbitrali ed elencare le proprie reazioni (autocontrollo dell’aggressività). 10) Calarsi emotivamente negli ultimi minuti di una partita e sentire il grado di paura (perdere-vincere) che lo assale. 11) Pensare di vivere il clima spogliatoio dopo una batosta e trovare le parole per la circostanza (intelligenza relazionale).
12) Al martedì aprire la discussione di gruppo con l’approccio e i contenuti adeguati ( prove di personalità). Queste sono solo una parte delle situazioni critiche allenanti con cui gli allenatori dovranno esercitarsi per ottimizzare la loro prestazione. A riguardo può creare tensione alla squadra un eccessivo scarto tra l’atteggiamento del mister durante gli allenamenti e quello in partita. Le due prestazioni dovrebbero avere il carattere della continuità, evitando, in panchina, di trasformarsi completamente. Nel corso del campionato mentre uno dirige un allenamento o una partita, a margine, allena e guida anche se stesso. La funzione del secondo in panchina è positiva se costui non sarà un doppione ridondante il mister, se vedrà le cose calcistiche da un’altra angolazione.
La figura dell’allenatore assoluto e solo, che prende a pugni ed a calci la panca, sta per essere integrata, anche da noi (in altri paesi è una prassi consolidata) da un piccolo nucleo di specialisti in percezioni-elaborazioni-sintesi e di calcio, le più congrue e massimamente tempestive. All’allenatore in prima, il decisore, resta sempre e comunque l’ultima scelta da giocare. Chi svolge questa professione, a qualsiasi livello, ha pertanto il dovere di essere “allenato”, acquisendo cultura, accumulando informazioni scientifiche; nella consapevolezza che l’alta formazione non toglie spazio alla passione e all’intuito creativo, anzi. Il compito, l’obiettivo degli allenatori non è solo quello di “vincere”, ma anche quello di segnare dei punti a favore del progresso qualitativo del Gioco del Calcio.
* Psicologo dello sport
