Riprendendo quanto scritto nel n° 4/’07 de “l’Allenatore” riguardo al tema del “saper attaccare” e “dell’andare a rete” da parte dei centrocampisti, aspetto che rimanda alle qualità offensive degli stessi difensori, ora cercherò di presentare le specificità degli attaccanti. L’insieme, dinamico ed interattivo, delle componenti suddette e gli schemi di gioco che si vorranno attuare, determinerà il potenziale realizzativo di una squadra. Attualmente, e non solo in serie A, registriamo tra i marcatori dei giocatori appartenenti a diversi ruoli, questo a conferma di quanto suaccennato, ovverosia che tutti possiedono (o almeno dovrebbero essere in grado di estrinsecare) l’istinto del goal. In situazioni estreme lo stesso portiere può provare a segnare all’ultimo calcio d’angolo della partita, come spesso accade in caso di svantaggio.
A tal fine sarebbe addirittura opportuno allenare anche gli estremi difensori a colpire di testa. L’allenatore e il gruppo dovranno inoltre selezionare, per ogni fase offensiva, lo schema e la presenza di quel/quei calciatori che possono produrre il gesto più efficace per scaraventare la palla in rete. Detto questo, l’attacco e gli attaccanti, dotati d’indole, specializzati nel ruolo perché lo ricoprono da lungo tempo, ma anche giovani in cui si nota un potenziale talento, devono avere un approccio e quindi un allenamento psicologico particolare affinché possano raggiungere il massimo rendimento. La psicologia dell’attacco dipende molto dal pensiero, dalla visione, dal grado di sintonia che essa ha con il calcio d’oggi, e dalla preparazione specifica del reparto, nonché dell’approccio psicologico, che ha l’allenatore. Questa condizione troverà i suoi primi riscontri nella campagna acquisti, allorquando si dovrà scegliere su quali attaccanti puntare per avere poi le possibilità di mettere in campo le personalità adeguate allo scopo. Solitamente si ricercano gli attaccanti cosiddetti di “razza”, più o meno “puri”, quelli che hanno dimostrato un’alta confidenza col goal. Chiaramente il numero di realizzatori a disposizione di un tecnico da poter utilizzare di volta in volta ha la sua importanza, per cui, come in altre mie riflessioni, la posizione che terrò è “mediana” e rappresentativa, nella speranza che molti allenatori (anche quelli la cui società di appartenenza non ha tante risorse) possano identificarsi con quanto esposto, ricavandone degli spunti al fine di poter migliorare la loro prestazione, quella della propria squadra e dei singoli atleti in rosa. Ora partendo dalla cima delle qualità diciamo che un goleador è colui che la “mette dentro” in tutte le maniere, è colui che come tira, o colpisce la palla, prende la porta. Una prestazione che è la combinazione di tante variabili: l’istinto aggressivo (sconfiggere l, sottometterlo), un egoismo positivo, non cieco, una posizione e un orientamento spaziale elevato, un raffinato senso del tempo (anticipo, ritmo), una capacità di concentrazione (stare in agguato), una padronanza della motricità rapida ed elastica a 360°. I grandi attaccanti possiedono un repertorio di finte ben incorporato ed automatizzato, non solo nell’uno contro l’uno, ma sono capaci di superare le situazioni (un settore, più difensori) di contrasto avversario, cercano come i predatori gli spazi vuoti (il bisogno di libertà d’azione è molto sentito) e gli errori degli oppositori, producono dinamiche offensive favorevoli per sé e per gli altri, creano spazi e servono assist al compagno “attaccante” che lo affianca in quel momento.
L’intelligenza dell’attaccante ha qualcosa di sopraffino, è intuito, annusa nell’aria l’occasione, è scaltrezza, è opportunismo, chi ha fiuto percepisce velocemente gli eventi che stanno per accadere (riesce a farsi baciare dalla fortuna), è caparbio fino all’ultimo secondo e all’ultimo giro di pallone.
L’attaccante “superman” inoltre possiede una potenza esplosiva, nel tiro, nel liberarsi fisicamente dell’avversario, è un lottatore d’area, difende lo spazio, i propri movimenti e la palla, diventa all’occorrenza contorsionista ed acrobata, è forte nel colpo di testa. Il “puntero” riesce a profondere tutte le energie psichiche, nel costruire e finalizzare il gioco di attacco, non gli fa difetto il coraggio, ammortizza bene i goal facili che sbaglia, si ricarica in breve tempo, tollera l’errore del compagno.
Il bomber è cinico e freddo, non gioisce dentro di sé di una rete che sta per fare, prima di non averla infilata nel sacco, perché anticipare l’emozione porta spesso ad errori madornali, lo distrae, gli spegne l’istinto distruttivo. Esposte, non esaustivamente, le caratteristiche psicologiche che, a mio avviso, connotano i veri attaccanti, queste non le troveremo ovviamente in un singolo. Un tecnico che si appresta a formare, a scegliere, il settore avanzato, dovrà osservarle nel bagaglio di più giocatori e lavorarci in modo specifico. Anche perché la strategia dell’attacco dovrà cambiare di volta in volta, ed essere preparata, a seconda delle caratteristiche della squadra avversaria, in correlazione con il proprio organico a disposizione (turnover, forma, recuperi motivazionali) per quella partita (infortuni, squalifiche dei propri “attaccanti”, etc.), per il modulo e per le varianti che si intendono adottare nel corso della gara. Maggiormente, in avanti, vediamo giocare due punte, magari l’una dal fisico possente, che garantisce la forza d’urto, specie nelle palle alte, e l’altra dotata di una struttura corporea che gli consente rapidi movimenti, entrambi però spinti dall’istinto del goal. L’affiatamento atletico-tattico è solo metà dell’opera se tra i due manca il feeling psicologico, che vuol dire riuscire a costituire una coppia. Ce ne sono state tante nella storia del calcio di coppie che hanno ottenuto grandi risultati. La coppia se si armonizza e si completa (scelte oculate e allenamenti) tanto sulle qualità fisiche e motorie quanto su quelle caratteriali e sociali, riesce a formare una unità, cioè un reparto di grande valore psico-strategico. Il rendimento massimo individuale e di coppia lo si ha se tra i due domina il sentimento dell’amicizia, se non si è gelosi dell’altro, se c’è aiuto reciproco, anche, ad esempio, nel pressare “alto” l’avversario, nel far salire la squadra. Ma soprattutto lo si nota, in loro, nei movimenti sincroni che sviluppano, nell’intesa orientata a saltare gli ostacoli posti dal “nemico”. Così la gioia della rete, se condivisa, rinforza la motivazione del reparto e dei singoli, il tandem d’attacco entra in uno stato di “grazia”, si sente animato dallo stesso senso della sfida (“andiamo a scardinare anche questa difesa”), ed ogni partita diventa un’impresa di grande fascino. La coppia però a sua volta non dev’essere ermeticamente chiusa, diventare un “egoismo a due”, ma è necessario che consenta ed agevoli l’inserimento conclusivo (è sempre più frequente) dei compagni che, per le dinamiche in atto, dalle seconde linee stanno dispiegando il loro istinto del goal. Come riferito sopra, nulla nel calcio attuale è fisso, davanti si può schierare una coppia asimmetrica (una punta ed una mezza punta), tre attaccanti o uno soltanto. Quello che vale è come si conduce un attacco alla porta avversaria nelle differenti circostanze. La vecchia psicologia del “prima non prenderle” è stata finalmente superata dai nostri allenatori. Ci si difende quando gli avversari lo obbligano. Ora può succedere che un allenatore possa trovarsi a giocare una gara o parte di essa senza attaccanti “veri” (incidenti, cartellini, fuori forma, etc.), che fa? Rinuncia ad offendere? Manda i calciatori ad improvvisare le trame e le conclusioni offensive? No certamente, costui cercherà, da un punto di vista psicologico, di attivare quella parte dell’istinto del goal che di sicuro è presente in calciatori che di solito s’impegnano in altre funzioni (centrocampo, difensori di fascia) e la porta al massimo, la combina in schemi psico-tattici che alternativamente offrono ad essi delle probabilità di sfondare difesa e rete “del nemico”. È bene chiarire che l’istinto del goal non si manifesta solamente negli ultimi metri, nell’ultimo colpo, ma esso spinge e guida il possessore anche da lunghe distanze, alcuni calciatori riescono ad aspettare il momento propizio, lo preparano con perseveranza nel tempo e per questo motivo arrivano spesso, più di altri, alla segnatura. La difesa avversaria può, in questi casi, andare in confusione specialmente i due centrali, che non sanno chi seguire, chi contrastare, perché l’affondo, partendo qualche metro più indietro, viene condotto da più direzioni e da più protagonisti che hanno modalità diverse di portarlo. Un bravo allenatore modella la propria squadra a seconda delle necessità e degli obiettivi, naturalmente, e deve essere capace di mantenere sempre alte le probabilità di vincere. Se così non fosse con quali motivazioni scenderebbero in campo i giocatori in caso di assenza della coppia goal titolare? Con quale stato d’animo vanno a giocare senza aver visto il Mister preparare valide alternative di gruppo? Saper allenare la fase d’attacco di una squadra, di una coppia e dei singoli è fondamentale per gli allenatori. Èchiaro che non è sufficiente allenare su schemi finalizzativi solo le punte, ma occorre fare un lavoro mentale di gruppo e dei singoli, allenandoli ad esplicitare l’istinto di colpire il “nemico” che, come detto, risiede in tutti i giocatori. Questi a loro volta dovranno esercitarsi praticamente e mentalmente (ripetendo dentro di sé gesti, emozioni, situazioni) a scaraventare dentro la palla, (non si dovrà più dire “ha tirato il difensore”). Rinvio ad un successivo intervento l’approfondimento sull’altro capitolo, della psicologia dell’attacco, costituito dalla specializzazione dei calci piazzati, le situazioni di palle inattive e gli episodi che vengono a prodursi nelle dinamiche offensive.
* Di Aldo Zerbini, psicologo dello sport zerbinialdo@virgilio.it
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