AEFCA | Alliance Of European Football Coaches Associations


n° 02 - anno 2010
Indice generale




editoriale 

Nel segno degli allenatori
di Renzo Uliveri

È stata la stagione degli allenatori, non c’è dubbio. Nel bene, nel male, come sempre succede quando avvengono certi fenomeni. Si è parlato di noi, noi abbiamo pure parlato molto, polemizzato ma anche fatto il nostro lavoro in modo convincente, magari non sempre apprezzato. In ogni caso il nostro ruolo è stato posto al centro delle vicende calcistiche, a ogni livello. Un dato prima di altri mi preme sottolineare: quello, record, degli esoneri. Altre volte in passato, con numeri assai più contenuti, a proposito di una o più sostituzioni di panchine, ci poteva stare anche una battuta, superficiale eppure accettabile per certi versi: da un punto di vista strettamente parasindacale, più “movimento” c’è, più opportunità di lavoro si creano per gli allenatori. Detto questo, la materia è assai più complessa, a partire dal dato che un esonero è sempre un momento di grandissima difficoltà per chi lo subisce, talvolta un dramma sportivo. E in questo senso il paracadute contrattuale serve al più ad ammortizzare il colpo. Quando però la tendenza assume dimensioni come accaduto in questa annata, allora le valutazioni per forza diventano più critiche. Il contesto economico, la crisi finanziaria, le difficoltà che si riverberano sul movimento, non solo su quello di vertice, dovrebbero produrre comportamenti più virtuosi. Spreco di risorse, di progettualità, di pazienza diventano inaccettabili in simili circostanze. Ed è giusto denunciarli. Un altro aspetto, sempre a proposito di esoneri, è quello della sovraesposizione del ruolo dell’allenatore, al quale ho fatto riferimento in apertura. Se il tecnico cresce d’importanza e in immagine, crescono anche le aspettative e diventa dunque anche più vulnerabile in caso di rendimento non positivo.
Ma per fortuna si è comunque giocato e, a parer mio, meglio che in passato, con maggior coraggio, con più voglia di rischiare. In un certo senso direi che quello della serie A è stato il campionato del calcio ritrovato, grazie anche alla maturazione di una generazione di giovani allenatori, inseritisi al meglio nella brillante tradizione tecnica italiana. Accanto a loro ha assunto maggiore autorevolezza il gruppo di nuovi arbitri, partiti ad handicap dopo il terremoto di Calciopoli di quattro anni fa. Merito loro se sono arrivati già ad un livello di qualità così elevato. Più delle singole capacità, certamente necessarie, è piuttosto il senso di equilibrio che si registra a far ben sperare. Qui è bene essere chiari: se il Portogruaro viene promosso in B, se il Sassuolo lotta per la A, se il Chievo si salva in anticipo (e la Juve resta fuori dalla zona-Champions) tutto questo non avviene solo perché lì operano società, allenatori e calciatori capaci di superare i limiti di una dimensione ultraprovinciale, ma anche perché il sistema non vive queste vittorie come improprie o peggio inaccettabili. La recente coda penale dello scandalo del 2006 deve tornare utile a chi ha la memoria corta.
Ci piace piuttosto ricordare, guardando al presente, e in senso positivo, a quello che, fuori dall’Italia, hanno fatto o stanno facendo gli allenatori italiani. È con particolare soddisfazione che qui, dopo averlo fatto privatamente, rinnovo i complimenti a Carlo Ancelotti, per i grandi risultati ottenuti alla guida del Chelsea (campionato e FA Cup). Un applauso a Mandorlini, fresco campione di Romania alla guida del Cluj. E percorso analogo auguro a Spalletti, in testa al campionato russo con il suo Zenit di San Pietroburgo e già vincitore della coppa di Lega. Tutte conferme dell’assoluto valore della scuola tecnica italiana, senza dubbio molto più competitiva rispetto ad altre parti del sistema-calcio, sempre impantanate in problemi in attesa da troppo tempo di una soluzione (gestione e rinnovo degli stadi, violenza, razzismo).
Successi, quelli ricordati, che ci servono da stimolo. Per migliorare la qualità, la preparazione, la circolazione delle idee stiamo finendo di allestire un nuovo portale web dell’associazione, uno strumento di lavoro e di aggiornamento semplicemente rivoluzionario, un nuovo passo avanti dell’Aiac, destinata a superare quota quindicimila iscritti. A questo si aggiunge l’impegno per una politica europea unificata per molte delle materie che attengono alla professione. Questo il senso della riunione a Coverciano da noi promossa a lato del Direttivo dell’Aefca che ha messo all’ordine del giorno la necessità della creazione di un Collegio arbitrale d’Europa.
Detto tutto questo, con la testa non solo all’Europa, ma al mondo, in chiusura vogliamo rivolgere un sentito in bocca al lupo alla nazionale di Marcello Lippi, attesa in Sudafrica per difendere il quarto titolo di campione del mondo conquistato a Berlino quattro anni fa. Nazionale che ha appena celebrato i suoi cento anni di vita. Lippi dovrà vedersela con trentuno colleghi, uno in particolare: Fabio Capello. Anche la sua presenza, alla guida dell’Inghilterra, è motivo di orgoglio per il nostro movimento. All’elenco manca però un nome: quello di Giovanni Trapattoni, che avrebbe meritato di aggiungere un’altra pagina incredibile alla sua straordinaria carriera.

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