AEFCA | Alliance Of European Football Coaches Associations


n° 02 - anno 2010
Indice generale




psicologia dello sport 

L'allenatore e la comunicazione
di Aldo Zerbini

È da qualche tempo che leggiamo, che sentiamo dire con sempre maggiore frequenza che l’allenatore è anche un comunicatore. In realtà lo è stato sempre, specialmente dall’avvento della televisione, grazie a certi personaggi storici tipo Helenio Herrera.


Helenio Herrera ai tempi della grande Inter.
Il tema è molto complesso e circostanziarlo in poco spazio non è semplice: cercherò di fare luce sugli aspetti più significativi riguardanti soltanto un protagonista delle comunicazioni, in mezzo a numerosi altri, ovvero l’allenatore. Rimando il lettore ad alcuni approfondimenti nel mio libro Allenare testa e cuore (Calzetti&Mariucci), di prossima uscita.
Il mister, anche il “dilettante”, è al centro da innumerevoli comunicazioni interne – verso il gruppo, i giocatori, tra questi e la dirigenza, lo staff – ed esterne, nei riguardi di altri soggetti facenti parte del “gioco”, avversari, arbitri, mass-media. Saper parlare al collettivo all’inizio della stagione o durante il campionato, a seconda dei risultati, stimolare i singoli, mediare tra i vari io, parlare del noi per rinforzare il gruppo, non è una cosa semplice. Il mister deve riuscire a comunicare con la “testa”, ad esempio ragionare su di una partita, e col “cuore”, come alla vigilia di un incontro. La comunicazione ha un grande rilievo per le influenze psicologiche che genera sui soggetti coinvolti e sui vari contesti sociali entro cui agisce. Un’importante comunicazione che un tecnico fa è quella di dare la formazione, dire “giocano questi e non questi altri” significa inviare un messaggio multiplo, stratificato. Uno al collettivo: va in campo chi sta più in forma, chi dà garanzie tecnico-tattiche e, aggiungo, psicologiche, per quella partita, chi si è impegnato in allenamento e soddisfa altri criteri, quindi si tratta di una decisone che premia chi merita.
Questo tipo di scelta consolida la motivazione dei singoli e del gruppo “combattente”.
Più intensa è la comunicazione sottesa verso gli esclusi perché può significare: non vi ho visto bene in allenamento, è una “scelta tecnica” o dovuta al turnover. Ora, se il mister non offre ai suoi giocatori nello spogliatoio una spiegazione diretta ed esauriente delle decisioni che si appresta a prendere, mina la coesione interna e demotiva fortemente coloro che non sono convocati. Spedire uno o più atleti in tribuna può anche avere il carattere della punizione, giustificata da comportamenti contro le regole sottoscritte, e la cosa fa bene se poi si è coerenti con tutti. La comunicazione contiene in sé sempre due aspetti, uno dice: “comando io”, e l’altro: “la scelta dipende da valutazioni oggettive”, la prima ribadisce le posizioni relazionali, la seconda si riferisce ai contenuti, ai fatti prodotti dai calciatori.


José Mário dos Santos Félix Mourinho.
Lo schieramento annunciato trasmette in qualche modo lo schema di gioco e quindi costituisce un messaggio diretto alla squadra avversaria, al suo tecnico. A volte vediamo qualcuno che fa pretattica e la cosa può anche starci, per non dare vantaggi psicotattici al collega.
Le comunicazioni più forti sono quelle che l’allenatore emette dalla panchina, sono immediate e perentorie, si tratta della sua prestazione per eccellenza, considerati gli effetti psicosociali che essa produce sui suoi giocatori e sugli altri partecipanti alla contesa, arbitro incluso.
Se sta seduto ed è silenzioso (come tanti inglesi), di solito comunica, alla squadra e al pubblico, che quanto accade in campo gli sta bene, che lascia fare i suoi in piena autonomia.
Il suo comportamento durante la partita ovviamente dipende da tanti elementi: tra questi, fondamentale è come egli la vive caratterialmente, per cui – rispetto a quanto dirò – chi legge potrà fare le sue differenziazioni tipologiche. Lo stare in piedi vuol dire a mio parere che il mister segue con attenzione le dinamiche in campo e ogni tanto dà ai giocatori delle indicazioni in codice. Questi primi esempi di comunicazione rappresentano la trasmissione dei messaggi mediante il canale non verbale, delle emozioni manifeste: è il linguaggio universale che tutti percepiscono.
Gli allenatori, in generale, mostrano un linguaggio assai uniforme, un combinato di parole-chiave, frasi brevi e mimica gestuale, un codice che si presuppone condiviso (allenato) con i giocatori, poi la comunicazione prende le tonalità temperamentali del singolo mister e questo ha effetti diversi sul gruppo in campo. I feedback sono di incitamento, di plauso, per dosare meglio l’aggressività, l’attenzione, di adattamenti nelle posizioni e nelle distanze. Spesso notiamo qualche stonatura in questi comportamenti: ad esempio, ci sono degli allenatori che parlano troppo, assumono un comportamento agitato, fanno pressione, urlano, fischiano per richiamare chi sta giocando sulla fascia opposta. Se queste emissioni aumentano, tanto da diventare un elemento irritante sia per i propri giocatori che per gli altri, vuol dire che il mister non sa comunicare dalla panchina e/o non ha preparato bene la rete delle trasmissioni, perché chi sta giocando non lo guarda, manca chi fa da tramite e così via. Gli eccessi dei mister dal suo recinto possono rivelare inoltre un’insufficiente fiducia riposta nei suoi ragazzi: la sua insicurezza mascherata da mania di protagonismo e altre negatività tolgono lucidità e iniziativa a chi si sta battendo sul campo.
L’agitazione della panchina può a sua volta debordare allorquando il tecnico comincia a reagire platealmente ai falli avversari, nei confronti delle decisioni arbitrali, discute intensamente col quarto uomo. Il limite di una psicologia della “panchina” corretta ed equilibrata, quella in cui prevale in certe situazioni il silenzio, quella che riguarda solamente le comunicazioni efficaci verso il proprio gruppo e da questo al tecnico, una volta superato, è facile attendersi le onde d’urto di ritorno. E allora si assiste al divampare della battaglia psicologica tra mister e i giudici in campo, che in qualche modo si vogliono influenzare, qui ed ora: le stesse dinamiche in campo vengono ad essere alterate ed ovviamente surriscaldando il clima della partita il tifo violento trova il suo innesco.
In sostanza, a causa un allenatore che non sa comunicare, chi ci rimette sono coloro che dovrebbero essere i veri protagonisti, ovvero i giocatori: poi ci rimette il gioco del calcio, perché tutti i mister italiani scimmiottano i modelli in voga, e quindi lo sport in generale.
Un processo simile si sviluppa sul campo adiacente, quello dei mass-media, specialmente per i mister di vertice che possono permettersi di fare conferenze stampa, rilasciare interviste, e su questo flusso non è da sottovalutare il carico che ci mette il quarto potere (la stampa e gli altri media), sempre più protagonista.
Il rischio che corrono i tecnici, senza rendersene conto, è che ci mettono troppo io, quello dell’apparire, e poco noi. Per cui, essendo essi anche il crocevia delle comunicazioni con l’esterno, oltre a essere il fulcro di quelle interne, questo ci fa comprendere il/ i perché del loro esonero quando steccano nei due campi. È ormai evidente il fatto che la partita inizia molto prima che l’arbitro fischi, s’inviano messaggi per ammorbidire gli avversari o irritare qualche leader, per innervosire il collega e l’ambiente. Se fino a un certo limite lo scambio di qualche sfottò e una piccola polemica sono fisiologiche e fanno parte del gioco psicologico tra contendenti, con l’andare oltre le comunicazioni diventano fallose, e gli scontri duri fanno male a tutti.
Il terminale privilegiato di numerosi messaggi più o meno subdoli è l’arbitro (Calciopoli insegna): c’è chi invia corteggiamenti indiretti lodando la classe arbitrale, chi mette le mani avanti – “la partita di domenica è molto delicata” –, chi fa pressione e dice “vogliamo vincere”.
Nel dopopartita, a caldo, e da sconfitto, sarebbe meglio che il mister non parlasse, specialmente se ha un carattere focoso, impulsivo: a volte il silenzio fa più effetto di tante parole. Se ci sono stati dei torti, è meglio che sia la società a reclamare e a mente fredda.
Per quanto concerne il commento alla prestazione, è sempre positivo elogiare il gruppo piuttosto che i singoli, fatta eccezione per chi ha sfoderato una performance super, o a meno che non si voglia incrementare la motivazione di qualcuno, rinforzare qualche leader, far rientrare psicologicamente altri nel gruppo dopo un’assenza. In caso di sconfitta è bene mettere in luce gli aspetti positivi e sorvolare su quelli negativi. Di fronte a forti batoste, la cosa più saggia per un tecnico è quella di assumersi la responsabilità della débacle. Un plauso agli avversari non dovrebbe mai mancare.
Dopo quanto detto, in modo stringato, è evidente che un allenatore, vista la posizione cruciale che occupa nel frenetico traffico delle comunicazioni calcistiche, deve essere molto preparato in materia e deve allenarsi. Gli effetti psicologici e sociali che possono avere le sue dichiarazioni, i suoi comportamenti, sono molteplici e rilevanti, per cui è bene che si specializzi in psicologia della comunicazione, in fair play, che significa in sportività.
Di cui c’è tanto bisogno e non solo nel calcio.

Aldo Zerbini
Psicologo esperto in psicologia del calcio


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