Il 24 giugno di 12 anni fa l’Italia giocava la sua ultima partita di una fase finale di un Mondiale. Da allora, con questa elezione, avremo avuto più presidenti federali (compreso un commissario straordinario) che edizioni di Coppa del Mondo. Ci sono state, voglio ricordarlo, nello stesso arco di tempo, tre dimissioni presidenziali, con un turn over non obbligato sconosciuto in altri ambienti. Sul piano tecnico, per completare il quadro, nel periodo in esame si sono avvicendati addirittura otto commissari tecnici, compresi due incarichi ad interim.
E nonostante tutto questo l’Italia manca una qualificazione da quel 2014. Questo preambolo per ricordare a tutti noi il fatto che continuare a legare le sorti della Federazione a ciò che accade alla Nazionale, unica squadra i cui risultati non hanno solo un peso sportivo (e magari economico) ma anche politico, non è più accettabile, né logico, né ineludibile. Poco più di un anno fa, alla scadenza naturale del suo primo mandato, nato in una delle tante emergenze federali appena ricordate, Gabriele Gravina veniva rieletto con il 98,68% dei voti. Faccio fatica a pensare, ancora oggi, che la crisi del nostro calcio sia da addebitare a lui, al quale rinnovo qui un saluto di stima personale. Un’assunzione di responsabilità da parte di ogni componente è il primo atto che deve uscire dall’Assemblea Elettorale della FIGC. Non penso alla Federazione come a una piramide, in cui qualcuno è più uguale degli altri o può vantare diritti superiori in base al “censo”, con una visione oligarchica che è esattamente il contrario del mondo che qui rappresentiamo in parti più o meno uguali: i dilettanti, i professionisti, le componenti tecniche, calciatori-calciatrici e allenatori-allenatrici, in una casa comune, con uguale dignità. Cosa ci sia di superato in questa visione federale proprio non lo so. E non lo voglio sapere, né mi interessano certe risposte che arrivano o vorrebbero arrivare dalla politica. Che avrebbe tutto lo spazio e il peso per recitare la sua parte propositiva, se quello fosse davvero il suo fine ultimo.
La tenuta del sistema è senza dubbio una priorità per la nuova presidenza: penso che si debba discutere di entrate, di fiscalità, di burocrazia, di impianti e stadi, di mutualità, di sviluppo strategico del calcio femminile, di diritto d’intesa, di proprietà straniere
sempre più numerose, di calciatori non convocabili in Nazionale che hanno raggiunto il 70% in Serie A, di premi di valorizzazione, di minutaggi. Ma bisogna riaffermare anche il valore morale e sociale del nostro movimento, con la Federazione sempre più
impegnata sul fronte dell’inclusione e della lotta alle discriminazioni. E in questo senso gli allenatori e le allenatrici possono e debbono svolgere un ruolo chiave, rimanendo per altro una delle comunità educative fondamentali, non solo per i calciatori e le calciatrici ma, ben superiori a questi, per le cittadine e i cittadini di questo Paese. A leggere e ascoltare il dibattito di questo periodo, uguale per altro a quello seguito a ogni mancata qualificazione azzurra, sembra che il grande e unico problema del calcio italiano siano i tecnici, soprattutto nei primi livelli, tutti tattica e malati di risultati. Chissà, dico io, chi ha cresciuto i giovani delle under azzurre che negli ultimi 10 anni hanno vinto in Europa e nel Mondo se non allenatori appassionati e adeguati. Dovremo una volta per tutte risolvere questo nodo, con progetti di qualità che coinvolgano finalmente solo allenatori qualificati (che non dimentichiamolo portano alla Federazione svariati milioni, 11 lo scorso anno, in aggiornamenti e abilitazioni), ma anche dirigenti formati adeguatamente, capaci di coinvolgere le famiglie in modo sano e non isterico, in un modello ripensato di calcio per bambini e bambine.
Si è parlato moltissimo di giovani, di settori giovanili in questi mesi. I recenti dati Istat rielaborati in alcune ricerche scientifiche parlano di un drop out sportivo nel nostro Paese sempre maggiore e precoce, che raggiunge il 25% entro i 17 anni, che si aggiunge all’inverno demografico, delineando uno scenario davvero inquietante. Mentre noi continuiamo a cambiare presidenti e CT come unica risposta, il nostro mondo è mutato e sta mutando prepotentemente. E la prepotenza, se non contrastata e governata, genera quasi sempre gravi storture. Noi, Associazione Italiana Allenatori di Calcio, siamo arrivati quest’anno a 60 anni dalla nostra fondazione, attraversando stagioni spesso molto complesse, che hanno visto portare il nostro contributo a soluzioni meditate, adatte a quel particolare momento. Ecco, adesso pensiamo che il presidente giusto per questo tempo così incerto, possa e debba essere Giovanni Malagò, che insieme ad AIC abbiamo indicato per primi, dopo la proposta di candidatura arrivata dalla Lega di A. Non si tratta di scegliere un Papa straniero, né di un disconoscimento del valore di un dirigente come Giancarlo Abete, che resta una risorsa per tutto il movimento. Si tratta piuttosto di indicare un “federatore” con uno sguardo “altro”, disposto ad ascoltare prima di decidere e che abbia riconosciute capacità di sintesi per fare sistema. A lui l’augurio di rilanciare una Federazione capace anche di raggiungere il quinto mondiale. Ora può sembrare un’utopia. Che, ricordando Eduardo Galeano, è come l’orizzonte: per quanto tu cammini, appare irraggiungibile. Ma a questo serve: a camminare. Buon viaggio a tutti noi.
L'editoriale di Renzo Ulivieri

