Se ne è andato a 90 anni uno dei grandi allenatori italiani di provincia, consigliere Aiac tra il 1981 e il 1988, capace di scrivere pagine storiche di club non certo metropolitani, lui pure milanese di Affori. Giuseppe Marchioro, per tutti e per sempre “Pippo”, appartiene a quella generazione cresciuta a cavallo della Seconda Guerra Mondiale, che vede confluire in un sontuoso Settore giovanile del Milan tanti futuri campioni. Con Marchioro (classe 1936) ci sono Radice e Bagnoli (1935), Bean (1936) e Beltrami (1937) quindi Trapattoni, Salvadore e Trebbi (1939). Debutteranno tutti in Serie A, fuorché lui. Che pure da attaccante agile ha il fiuto del gol (una sua rete vale per il Milan il Torneo di Viareggio 1957). E allora la gavetta comincia, non a caso, in provincia: Parma con Vycpalekallenatore-giocatore, Pro Patria, Pro Vercelli, e fra il ’62 e il ’64 il Varese di Puricelli con doppia promozione dalla C alla A. Con il Catanzaro segna anche nella finale di Coppa Italia 1966, unica dei calabresi, persa con la Fiorentina.
E quando a 32 anni decide di allenare, è di nuovo gavetta. È il suo destino, comunque importante. Vice di Liedholm e Radice nel Monza, poi a Verbania (C) il primo squillo: nel 1972 un 6° posto che rimane il risultato migliore nella storia del club. E all’Alessandria 3° posto e vittoria nella prima edizione della Coppa Italia Semipro, 1973. Pippo ci sa fare, equilibrato e innovativo, e lo conferma a Como: 4° posto in B nel 1973-74 e promozione in A l’anno successivo, col lancio di Marco Tardelli. Lo chiama il Cesena e al primo anno su una panchina di A nel 1975-76 centra un 6° posto che rimane il miglior piazzamento di sempre per i romagnoli i quali, grazie al successo del Napoli in Coppa Italia, sono ammessi per la prima e unica volta alla Coppa Uefa.
Quella in Romagna è un’esperienza breve ma fantastica, che legherà per sempre Marchioro a quella gente. La squadra è un misto di esperienza, qualità tecniche e fisicità. Il dottor Boranga difende la porta, Cera guida la difesa, Rognoni e Frustalupiimpreziosiscono il centrocampo. Una crescita esponenziale per il tecnico. Così a fine
stagione arriva l’offerta alla quale non si può dire di no. Lo vuole il Milan, la squadra dove ha giocato per 13 anni da ragazzo senza conoscere la massima ribalta: una gran bella rivincita da godere fino in fondo. Ma il destino è beffardo. Al Milan le cose non sono affatto tranquille. Gianni Rivera, dopo aver lasciato il calcio nel 1975 in contrasto col presidente Buticchi, è rientrato in scena diventando di fatto il dominus attraverso il presidente Duina e ha rimesso le scarpette. Se ne sono andati Nevio Scala, Chiarugi e soprattutto Romeo Benetti alla Juve per Capello. Pippo schiera una difesa a zona e un 4-4-2 che richiede al Golden boy un dinamismo inattuabile. Il tentativo di spostare all’ala Rivera crea una rottura insanabile, la squadra va male, così dopo lo 0-0 del 6 febbraio ’77 contro il “suo” Cesena Pippo è esonerato, a favore di Nereo Rocco.
Marchioro deve ricominciare da capo. Lo fa con umiltà e entusiasmo, serenità e determinazione, prolungando di altri 20 anni (e una dozzina di squadre) una carriera fatta di qualche delusione - due esoneri a Cesena nell’84 e nel ’97 - ma anche di grandi
gioie: le tre promozioni col Como (1974-75 B-A, 1978-79 C-B e 1979-80 B-A) e, dopo l’esonero dell’anno successivo, quella in B del Barletta (1986-87) prima nella storia dei pugliesi, e la doppia promozione della Reggiana: in B nel 1988-89 e, prima e storica,
in A nel 1992-93. Marchioro ha anche un record particolare: nel 1994-95 viene esonerato due volte in Serie A. Prima dalla Reggiana, dopo 8 giornate. Poi dal Genoa (dove ha
sostituito Scoglio all’11a) dopo 15 giornate e un pesante 4-0 subito in casa della Lazio guidata da Zeman: è l’ultima gara in A di un tecnico di spessore, sperimentatore e concreto, con una carriera di 28 anni consecutivi in panchina (dal 1970-71 al 1997-98, con quasi 1.000 presenze) e sei promozioni.
06.08.2026

